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Nessuna verità

“Devi decidere da che parte stare della croce. Se piantare i chiodi o restare appeso”.

Ai miei occhi sembra l’unica verità presente nel film. Infatti il titolo originale “Body of Lies” (Un mucchio di menzogne) rende meglio l’idea di quello tradotto in italiano (ma questa non è una novità). Si! Decisamente la verità è assente.

Roger Ferris (un cencioso e impolverato Leonardo Di Caprio, che si misura in un altro film con un personaggio “sotto copertura”, in pericolo di vita “h24”, come direbbero i militari) è l’uomo dell’ Agenzia ( la Cia) nel Medio Oriente, un giovane agente operativo.

E’ perfetto per il lavoro assegnatogli: parla l’arabo, sa muoversi senza farsi notare, adattarsi ad una realtà ed a un ambiente notevolmente diversi da una città nordamericana, tessere velocemente relazioni utili allo scopo, ottenere informazioni.

Hoffman (un bolso Russell Crowe) è il suo supervisore, con famiglia, a Langley, Virginia. Mentre impiega le mani per far salire in macchina i figli o aiutarli a fare pipì, con un auricolare senza fili perennemente attaccato all’orecchio fa la guerra, sacrifica vite umane, salva se può quella del suo compatriota, dal suo punto di vista deformato ed irreale salva ogni giorno il mondo. E soprattutto vuole che ogni obiettivo vada raggiunto in fretta, facendoci assaggiare l’aria di superpotenza mondiale.

Usa le persone senza farsi scrupoli di sorta e non si fida di nessuno. Ferris è il giovane (ricorda un po’ il tema di “Spy game” del fratello Tony Scott) ancora non definitivamente perso sulla strada del lavoro da sicario senza rimorsi e sembra farsi qualche scrupolo in più. Soprattutto da quando si è alleato con Hani Salaam (Mark Strong), capo dei servizi segreti giordani, dai modi stilisticamente affabili, arricchiti da cravatte e completi di fattura europea, sotto cui nasconde una determinata ferocia (non disdegna la tortura) propria del ruolo, per portare allo scoperto Al-Saleem, la mente degli attentati di una cellula terroristica che stanno colpendo l’Europa.
Il film ci mostra le diverse prospettive, illustrando come sempre le ragioni private annegate nella guerra pubblica. Hoffman, Ferris e il giordano Hani sono su punti di vista diversi e hanno preoccupazioni diverse; a Hani importa un controllo regionale sul suo piccolo feudo, a Hoffman preme un controllo globale, necessario per fare carriera negli apparati. Ferris poi si perde anche nell’amore per una infermiera palestinese, Aisha.

Ma tendono, momentaneamente, allo stesso obiettivo: la cattura del terrorista.

Anche i corpi sono diversi: quello di Ferris è escoriato, affetto da rabbia (dopo il morso di un cane), reso sanguinante dai frammenti di ossa di un amico iracheno che è stato ridotto a brandelli da un esplosione avvenuta in un operazione in una zona desertica , tra polvere e stracci.

Quello di Hoffman è appesantito, bolso, da borghese che gioca alla guerra da play-station mentre si versa un bicchiere di latte.

I due protagonisti hanno soprattutto diversi sguardi: quello di Hoffman è uno sguardo dall’alto, mediato dalle immagini riprese dai satelliti, che si pretendono onniscienti e infallibili. E qui penso che il regista Ridley Scott abbia attinto da “Nemico Pubblico” del meno noto fratello Tony (anche in quel caso il controllo telematico era molto spinto, tra cimici, rilevatori gps e immagini satellitari).

Quello di Ferris è uno sguardo dal teatro di guerra, senza i filtri e la distanza rassicurante ed asettica dei satelliti, allo stesso gradino del nemico o dell’alleato, giocatori, dalla stessa parte o contro (ma chi può dirlo?) nello stesso campo di gioco.

Quello che segue è un rincorrersi di bugie, dove i protagonisti svolgono le loro azioni in un scenario dove “i tuoi nemici si vestono come i tuoi amici e i tuoi amici come i tuoi nemici”.

Film decente in cui è presente il solito messaggio (il lavoro di spia è un lavoro sporco e rientra nei crimini di Stato) e che lascia abbastanza sfumate le ragioni dello scontro globale, quasi dando ad intendere che lo scontro di civiltà che stiamo vivendo sia il frutto di piccoli interessi di burocrati da play-station, che di fronte alle perdite umane, resettano e incominciano da capo. Fosse così semplice basterebbe togliergli il giocattolo.

Temo che non basterebbe. E che la “Ragion di Stato” a volte ha il suo perchè.


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